Editoriale: L’89, ok. E ora?

2010 febbraio 9

Chiaro e potabile: L’89 nasce quasi un anno fa con intenzioni sperimentali. Blogosfera qua e là, giornalismo dal basso, tutti possono, eccetera varie. Vediamo un po’ come funziona. E funziona che funziona. Scoperto l’inghippo del newsgathering “esca”, che produce lettori a profusione ma che poco nobilita il blogger-lettore e il blogger-autore, la direzione che s’intendeva prendere era chiara: proviamo a fare del websourcing ragionato, sfruttiamo il mezzo e pensiamoci su. Partendo, senza ipocrisie, dall’opinione – che di diario online sempre si tratta. Ma cercando – e poca roba ce n’è, in giro – di stimolare non tanto il feedback, quanto il ragionamento. La linea prende quindi questa forma: “i fatti sono questi. Dovendone parlare – e di alcuni non se ne può fare a meno – gli si dia un taglio originale”. E sfido, tanto per tirarmela, a trovare su questa pagina idee scopiazzate o intenzioni in cartacarbone.
Dunque, si diceva, funziona. Non abbiamo menato vanto del troppo in entrata, delle dritte inconsapevolmente suggerite a certe firme note, delle rotture di coglioni che abbiamo dato a certi illustrissimi incarogniti e reattivi, dei carteggi per palati finissimi con certi pennivendoli dai volti noti a grado nazionale. Degli inutili provvedimenti presi a nostro carico, della nostra presenza in blogroll invidiabili, della quota-accessi mensile. Roba fatta in minima parte adesso, e morta lì. Resta da capire quanto e a che cosa serva L’89. Posta la non-predilezione (anzi, le due dita in bocca) per i blog in stile “parlo del fatto del giorno e ci metto di mezzo un film o un autore e il titolo dell’articolo sarà (in ineccepibile e odioso sistema tripartitico ‘La persona, il fatto e la citazione’) Berlusconi, la premier croata e la reggia di Candalù (i più citati e letti, e non riuscirò mai a farmene una ragione – per inciso Candalù e la magione del cittadino Kane in Quarto Potere), e per la pippaglia in salsa sterile (per chi non si è accorto che per certe cose esiste già il Fatto), la direttrice tracciata e seguita è stata quella del “prendila in quel modo”, o, quando si è potuto, “la notizia tirala fuori tu. Cerca cerca cerca”. E ne abbiamo date. Curiosamente, queste, le meno apprezzate dal web-crowd. Ma poco importa.
Importa che un lavoro simile costi in termini diversi, e non poco. Dunque, facendo 3 calcoli: vale la pena? Serve a qualcuno? A me, forse e per il momento. Essendo in odore d’impegni che senza questo sito non avrei mai potuto prendere – restando sul vago. Più forte ancora, quindi: continuare e come (mancando il tempo)? Il tasto rec è premuto, a voi la parola, e meglio se condita d’insulti. Ammettendo, in sincerità, qualcosa: il nome Ungormìte è stato scelto a caso, inconsapevole del lusso che ne sarebbe scaturito, dei risultati raggiunti. Non mi piace più? Boh, forse. Numero due: non vorrei pentirmi di un’eventuale chiusura: alcune storie, sentendole, sembrano scritte per il riediting su L’89, e tante ce ne sono e saranno. Ponendo davanti il terzo punto: ricomincerei da capo? Magari, ora che mezzi personali e in rete sono addomesticati. E perché mai, raggiunto questo livello? Quattro, quale livello? Quinto: che bello sarebbe dire che “è un blog che dal 2009″ un giorno. Non è poca roba, per noi vanagloriosi. Sesta e ultima ammissione: internet ha tagliato i tempi decisionali, posti come si è in faccia a menu a spunta, a tendina, a trapezoide asclepiadeo. Quindi, comodo com’è, vi pongo di fronte ad alcune “suggestioni” (per dirla alla dalemiana). Chiusura definitiva? Cambio di stile e di target? Semplicemente di taglio? Perseverare sulla stessa strada, ma con minore frequenza (cosa che comporterebbe un’irrefrenabile emorragia di lettori)? Ampliamento della “redazione”, deputando ad altri la gestione quotidiana della pagina e riservandomi lo spazio per un postetto di tanto in tanto? E se sì, chi si fa avanti?
Scusandomi per la chiave personalistica del post, annessa relativa sconclusione logica e/o grammaticale (l’ho scritto e non lo cambio, non ho badato a nulla e non baderò alla rilettura), lascio l’onere delle pernacchie ai lettori. Proponendovi, per chi ne avesse voglia, un confronto in livechat per questa sera. Facciamo per le 22, su messenger (lottantanove@gmail.com). Attendo un feedback (come piace dire ai rampanti) recente per confermare l’attività crossmediale (e stavolta cito Barbareschi, che qualcuno lo aiuti). Saluti.
Ps: Dimenticavo di ringraziare le mail ricevute in queste ore. Grazie.
U?

Minzolino et Ciancimini

2010 febbraio 8


Mi dicono di una dichiarazione di una decina di secondi. Di Cicchitto. Non riportata nel sito (non ho avuto la gioia d’assistere all’edizione dell’una). Va bene che CianciJr non dice niente di nuovo, ma forse a qualcuno la cosa era sfuggita.
U’

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Il Chile e il suo B: la prova che l’export tira ancora

2010 febbraio 5

di Ungormìte

Passare per Silvio e non prendersela.
Nessuno qui vuol spacciare facile moralismo, o della matematica sociale spicciola. Gli americani la chiamano story, e questo sarà. Con la malizia di una pretesa antropologica. Vedrete e capirete.
Storia sia, immaginate graziose rullate di tamburi e timpani stile Disney, archi e violini: Sebastian Piñera è un imprenditore chileno, proprietario del canale televisivo Chilevisiòn. Congiunzioni astrali, o congiunture economiche, lo spingono a scendere in campo – e la locuzione è del tutto casuale – e affrontare popolo e urne con l’intenzione d’affossare decenni di governo socialista a capo di Coalición por el Cambio. Vince e congratulazioni. Il mondo a paragonarlo a Berlusconi ma lui niente, sorvola sulla provocazione e non perde le staffe.

Big-Snake-Teaches.
Pretese antropologiche? Momento. La teoria dello svuotamento della democrazia e blabla, l’inservibilità del parlamentarismo moderno al cospetto dei mezzi d’informazioni – e loro lobby: storie così, le sappiamo tutti. I Capezzoni di Santiago potrebbero suggerirci che il presidente è stato democraticamente eletto, senza che noi gli chiedessimo nulla. Prima di farlo, informarsi. Ebbene, tutti nella Cologno Chilena. Trattasi di emittente pittosto seguita, nel paese. I problemi con la giustizia non mancano, sembra di capire. Ma tant’è: irriverente, glam, pettegola. Scicchettosa e civettuola. Disimpegnata. A giudicare dalla programmazione, che scorriamo bolscevichi.

Schermi in topless.
Gente como tù
, una sorta di Verissimo, non è che uno dei numerosi programmi di chiacchericcio-vip: il gossip invade anche Primer Plano, che – non paga – continua a sfamare la sete di pettegolezzo e star degli ascoltatori, e SQP (idem e contorno). L’intrattenimento è coperto da un discreto numero di novelas sud americane, Sin Anestesia (medical fiction), Mas Sabe El Diablo e La Tormenta (fac-simile postprandiale in stile Mediaset) per tutte. Sesso tradimenti e soldi il mood. La simpatia dal vivo formato contenitore è deputata a Sin Verguenza (trad. Senza Verogna), una pericolosa mistura tra Paperissima e Striscia (senza inchieste della domenica) declinati in salsa erotica, a Infieles e (top format pluri replicato e promosso) Mujeres de lujo (letteralmente Donne di lusso), programma di punta dispensatore d’agevolissimo bagascismo (foto in alto). Bilanciato, si direbbe, dal formale La Jueza (La Giudice), un Forum con magistrato-donna fissa, procace e consigliera (ovviamente mattutina, nella miglior tradizione italiana).

Mi dicono che il presidente ha appena fatto gol.
E i giovani? Niente paura: Yingo, un Solletico condotto da modelle in tits-vision sin verguenza con la testa di una De Filippi, tirerà su a dovere il baldo giovanotto, lucidato, sesso-represso e amante della fauna (si veda la foto). E Combate Estelar gli insegnerà a capire che la fama è tutto, e lo scontro in un talent show in tv e l’unica via. Aggiungiamo che le redazioni stanno cercando storie strappalacrime di famiglie (C’è posta per te?) e che a dispensar moneta e sogni ci pensa El Juego de la Biroka (un quiz a scelta condotto da Papi). E vi direte: lo spazio per l’informazione? Eccovelo: Chilevisòn Noticias è pronta a garantire all’opinione pubblica le cronache della giornata latino-americana. E a raccontare alla platea che il presidente, in vacanza, ha fatto un bagno e pescato un pesce, giocato a calcio e fatto gol fra chicas festanti e che ciò che aveva dichiarato non era vero, che si sono sbagliati tutti (badate che non sto inventando). Ah, le tasse le abbassiamo, ça va sans dire. E al prossimo che mi chiede dove stia la pretesa antropologica del post mando una mail di spiegazioni seccate.
U’

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Ahmadinejad contro B. Solo in Italia.

2010 febbraio 4

di Ungormìte

Being ignorant today.
Lo ammetto: era mia intenzione scrivere un bel post meditativo sulla gravità – e le conseguenze – dell‘ignoranza a certi livelli oggigiorno. per dire, la Polverini che non riesce più a contenere i tarli della sua discesa in rete, scandagliata e posta al pubblico ludibrio degli attenti internauti. E il caro premier, che in vacanza premio a Tel Aviv straparla da ubriaco su questioni delicatissime, tutte apparentemente mediorientali ma ataviche e determinanti. Determinanti sì: non ditemi che sistemata la Palestina non si vivrebbe a cuor più leggero (sistemare nel senso di “riconoscere”, sia chiaro). E che non saper sommare due parole sul muro di Gaza sia cosa su cui soprassedere.

Iran vs Italy.
L’articolo si scriverebbe da solo: B parla, la fa nel vaso iraniano (via Palestina and the bombs on Gaza) e Ahmadinejad gli smadonna dietro: in top in tutti i portali editoriali italiani. Dunque documentazione pre-stesura, ricerca di fonti e simili: la stampa in rete – quella italiana - straborda. Par di capire, l’ultima frontiera in faccia al sole e al popolo: il divismo mondialista. O meglio il conciliatore corrucciato e irreprensibile dell’opinione pubblica mondiale, piazzista chino a sentenziare contro Teheran senza rem tenere. La rete, dicevamo, tracima: Ahmadinejad, attraverso la tv di stato iraniana, avrebbe attaccato un Berlusconi schiavo dei padroni Israeliani, e per di più reo d’essersi messo in mezzo senza causa. Fuori dalle palle a voce alta e martirizzazione in chiave anti-islamica, questo è l’andazzo.

The dark side of the news.
Ma. C’è il però anche qui: aggiustatevi il cravattino e sbarrate gli occhi. Della notizia, in rete, a parte la noticella in italiano riportata da un link sul Corriere.it e gli scalpitanti take d’agenzie nostrane, non c’è alcuna traccia. E dicasi per il sito della Bbc, della Reuters, della Associated Press, per Google (in inglese solo il dispaccio di Ansa English), per Le Monde, Washington Post, New York Times, Al Jazeera, Al Arabiya, Times, siti di news iraniani, twittate persiane e, tanto per dirla, la tv di stato della Repubblica Islamica (Press Tv) che si ferma a un compiaciuto “Berlusconi: Israel obstacle to peace”. Piace far notare che sui motori di ricerca dei portali news stranieri i capi di governo compaiono in risultati che riportano articoli talvolta (e di più) tendenti a un paragone fra i due. Allah è grande.
U’

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Pittelli (Pdl) ferisce avvocato in aula

2010 febbraio 3

di Ungormìte

Mazzate in tribunale.
Succede che la libera professione dell’amore pubblico spesso non serva a niente. E che il verbo colloso e spaccalacrime del capo (facciano da esempio le parole al miele riservate alla Knesset) non serva a connotare l’intera ciurma intruppata in parlamento (che da quelle parti – e non solo – subisce ben pochi filtri). E accade che Giancarlo Pittelli, avvocato penalista catanzarese già coordinatore di Forza Italia in Calabria, già membro della commissione Giustizia della Camera e attualmente deputato Pdl, serva una serie di colpi in testa al collega giurista Nunzio Raimondi. In pieno tribunale.

Un giorno in pretura, cinque in ospedale.
Succede, per farla facile, che l’avvocato Raimondi, in aula, prima delle dieci, stesse aspettando l’inizio dell’udienza. Liberatosi dall’ingombro della borsa d’ordinanza, Pittelli si diresse verso l’avvocato pronto a suonargliele di santa ragione. Riuscendoci. Da quanto appreso, il perché di tanta acredine dovrebbe risalire ad alcuni affari personali fra i due, ma per certo l’aggredito pare abbia promesso una denuncia al parlamentare del Popolo delle Libertà, reputandola situazione adatta a spiegare la sua sui perché e i però della violenta dimostrazione tribunalizia. Il referto – ad opera dell’ospedale Pugliese di Catanzaro – parla di cinque giorni di prognosi.

Love party strikes again.
Cosa che poco farebbe pendant con la verve stilosa e signorile che i più pare attribuiscano all’avvocato berlusconiano. “Deve aver perso le staffe”, dicono. E nulla potrebbe impedirci dal crederlo, se solo pensassimo ai grattacapi che l’inchiesta “Poisedone” (sì, quella che fu di De Magistris) deve aver dato all’inerme legale forzista. L’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio non dovrebbe essere affatto cosa da poco, se ci si aggiunge la violazione della Legge Anselmi (quella sulle logge massoniche) e le promesse dimissioni dagli incarichi pubblici, pervenute alle agenzie ma mai effettivamente presentate, così da poter battagliare a dovere contro l’infame persecuzione giudiziaria condotta contro di lui. Come al Partito dell’Amore insegnano.
U’

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Che ci fa B a Gerusalemme?

2010 febbraio 1

di Ungormìte

Bananas in Tel Aviv.
E’ un po’ la domanda che ci ha accomunato tutti, non mentiamoci. Abbiamo un premier come al solito braccato da dichiarazioni rese sbadigliando e leggine ad personam rilasciate allo studio delle aule. Un capo di governo che stavolta prende e fa il mondialista, partecipa, sgridacchiando eppure a lauto pranzo sul banchetto di Sionne. Sì: che ci fa Berlusconi in Israele? Facciamoci una pazza idea leggendo la stampa del luogo.

Iranian room.
Bene: secondo il Jerusalem Post (fortunatamente in inglese) Roma calcherebbe la terrasanta con l’intenzione di dar man forte ad un progetto Italo-Iraniano. Che? La Carlo Gavazzi Space, casa nel milanese, sarebbe partner di Teheran per la costruzione di satelliti ad uso, parrebbe, civile. Già lanciato il Mesbah 2, l’azienda italiana avrebbe fornito – secondo alcuni – il know how spaziale italiano al fine di garantire ai tecnici iraniani le conoscenze e i supporti utili alla riproduzione di macchinari simili.

Israeliani schizzinosi.
E quindi? Gli Stati Uniti avrebbero già annusato la cosa da tempo, e la Farnesina, da altrettanto tempo, insieme alla ditta lombarda si produce nel mantra del “Non è vero, il satellite è qui da noi”. Sta di fatto che la Gavazzi sembri collabori davvero con Teheran, che per lo scambio di merci e prodotti servirebbe un permesso d’esportazione che parrebbe non esserci, che la stampa israeliana, a ben donde o no, guardi malevola alla tre giorni del premier italiano sul suolo d’Israele (l’articolo su Berlusconi è sotto la tag Iranian Threat), temendo che dietro l’intento diplomatico (piuttosto inusuale per il personaggio) si nasconda una spintarella al progetto colla Repubblica Islamica (volgiamo un pensiero a Bossi. Fatto?).

Tutti in posa col Gavazzi.
E che Berlusconi, cercato per chiarimenti, dicono non abbia mai smentito. Che altro? Nulla. Noi i condizionali li inchiodiamo allo schermo, ma il giretto su google query-Gavazzi ce lo facciamo. E i clienti serviti li consultiamo (qualche nome? La classica foto di famiglia dell’industria italiana: dai complessi cancerogeni Enel nel sud ai meglio schizzi Impregilo). Nel frattempo a Teheran, in tv, si dice se ne vantino. Le piste sono aperte. Soprattutto quelle di lancio.
U’

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Materiale infiammabile

2010 gennaio 29

di Ungormìte

Blacklist.
Leggo da Le Monde (meglio farsi delle idee sulla carta straniera, poi tornare a casa) che il capo del governo, a Reggio Calabria, ha evocato la stesura di una “lista nera” di imprenditori e imprese in odore di mafia. Divertente. Divertente come parlare di corda in casa dell’impiccato. Mentre si fa un nodo.
Noi, per evitare che le parole restino ossigeno perso vorremmo, dal nostro infimo, dare una mano per la creazione della wishlist. Carta, penna e collegamenti ipertestuali.
Innanzitutto, darei un’occhiata (oltre che alle aziende di famiglia) alle società del giro “ambientale” (si legga qui, ne avevamo già parlato). Così, eh: a scanso di equivoci. Se si vuole, poi, la cosa può ben essere corredata da questo video piuttosto interessante: Gianni Lannes che parla delle sue scoperte impubblicabili sul nucleare e la ‘ndrangheta. Una preview?

Lannes nucleare.
“C’è una società che si chiama ECOGE e ha sede a Genova e l’ho scoperto per caso entrando all’interno, senza autorizzazione, nella più importante centrale nucleare d’Italia. Avevo con me 3 macchine fotografiche, non avevo esplosivo e non sono un terrorista, questo per dire dei sistemi di sicurezza di questo Governo, non mi ha fermato nessuno, sono stato lì due ore a fotografare il reattore nucleare e questo smantellamento. Ho fotografato dei camion, della ndrangheta, della società ECOGE, che caricavano i rifiuti nucleari all’interno dei container, container trasportati a Genova e li ho seguiti e poi a La Spezia, in attesa di navi da affondare.
E questo adesso, ora, non 20 anni fa. E il mio giornale, La Stampa, mi ha impedito di scriverne. E nessun giornale italiano ha preso in considerazione questa situazione. Ho chiesto facciamo qualcosa. Mi hanno sbattuto la porta in faccia tutti, dalla Repubblica, dove ho lavorato per anni, al Corriere della sera, all’Espresso e ad altri”.

Pizzini a vous!
Ve lo beccate a inizio post. Tutto qui, direte? Ma proprio per niente. Vi piacerebbe dare un’occhiata ai pizzini di Massimo Ciancimino? Li trovate qui. Diamo una mano, a sti cristi in preda alla delinquenza. Aiutiamoli a fare questa compilation. Chissà mai, ci si trovano nomi strani.
U’

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Hyde pork

2010 gennaio 26

di Ungormìte


“Per noi italiani di sinistra il modello deve essere l’Emilia Romagna“. Già, non la poesia cinese, nè l’utopia russa:  Moretti, in Aprile, suggeriva in Hyde Park, dal suo sgabello, l’idealtipo (non il tipo ideale, quanto l’approssimazione empirica) riformista da seguire. I migliori asili del mondo, uh la sanità. E per tanto gli siamo andati dietro, sostenitori convinti – trattasi di plurale, ma mi riferisco al sottoscritto. E mò? La sinistra (?), scapicollatasi in rincorse affannate, cade pure dallo sgabello emiliano? E la storiaccia del Marino boicottato in ospedale perché candidatosi contro Bersani, e le storielle e le storiacce di Delbono, sempre a Bologna. E quello che, comunque, ne seguirà. Persa pure la saggia e ridente Romagna, quindi? Libero diceva sì per il capoluogo. Vedremo, tutto da vedere. Intanto è divertente fare qualche addizione: Aprile era lo stesso film del Moretti che implorava a D’Alema di dire qualcosa di sinistra, qualcosa. Ne ha dette tante, ultimamente. E fatte peggio. Speriamo solo che al Copasir se ne stia buono seduto a “immaginare scenari” (citazione di un inimitabile Zoro). Ma ci si crede poco.

Intanto: che ci fanno le tag di Matteo Salvini, Adriana Poli Bortone e Ciriaco De Mita sulla foto di una Bindi desnuda?

U’

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Cota, operazione simpatia: Berlusconi mafioso e Fini povero demente

2010 gennaio 25

di Ungormìte


Ce l’hanno duro, e pure lungo.
A casa Lega troppo spesso si crede di poter tutto quello che si vuole, riparati dal parabolone monzese in caso d’esondazione. “So’ ragazzi, si faranno”, gli stessi ragazzi sotto accusa per banda armata. Il metodo fa ormai epopea: qualcuno la fa fuori dal vaso, sdegno impercettibile, contro-sdegno anti-snobista. E’ la politica del Feltrismo, a chi la spara più grande, senza cannoni e smadonnando pure. A chi ce l’ha più lungo. E dunque, si tengano le loro manifeste – e sedicenti – falloforie, mastodontiche senza dubbio, e tacciano. O rendano conto d’azioni, opere, missioni.

I remember mafia.
In un decennio caduto nell’oblio, noto ai bene informati come ‘90, la Lega - libera dal giogo arcoriano dopo il fallimento del Berlusconi I – condusse una feroce campagna, su La Padania e oltre, contro quello che definivano “il mafioso di Arcore“. Salvo poi, la storia suggerisce, saltar giù dal carroccio per il carrozzone vincente, ancora e più di prima. La lealtà dei padani, è  cosa nota, è adesso fondamentale alla vita dell’esecutivo. Ancora meglio, è data come assicurazione sulla vita, allo stesso. Da qui l’impunità nel poterla fare dove si vuole: “il pallino è in mano nostra”.

Presidente Facebook.

Conquistata a fatica la candidatura in Veneto, la Lega impone il proprio uomo-nuovo, Roberto Cota, alle presidenziali in Piemonte contro quella che impareranno a definire, con gusto asburgico d’antan – non c’è dubbio, la zarina (la Bresso, governatore uscente). “Vota il Piemonte Gggiovane” e il trend all’outsourcing elettronico fanno il resto, come da copione: Cota sbarca su internet e immancabile viralizza facebook. Pagine “Roberto Cota”, e non c’era che aspettarselo, se ne trovano a fottere. L’originale, però, è una sola: quella linkata nel suo sito ufficiale, robertocota.it. E non ci sono santi.

Baciamo le mani.
E quindi? Capita che sul profilo del giovane sabaudo compaiano foto imbarazzanti. Tipo, proprio, la prima pagina di uno dei La Padania ai quali facevamo riferimento: quelli della lotta al biscione intrallazzato con cosa nostra. La pagina parla chiaro: “Baciamo le mani“. Tra foto di Calò, Riina, Brusca, Bagarella e Andreotti (e già) compaiono i faccioni preoccupati di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. L’immagine è lì che campeggia, fa bella mostra di sè come a ricordare i fasti puri-e-duri del movimentismo leghista – non bastasse l’assenza del canonico “Berlusconi Presidente” nel logo del Pdl, comunque solo accostato al ridente sole della padania, all’interno del manifesto ellettorale regionale.

Operation “smile”.

Qualcuno vorrebbe ci si ricordasse, e lì l’ha piazzata. Poterbbe esser andata così. Ma nessuno, in uno staff di padani agguerriti e volti alla vittoria in regione, l’ha notata e rimossa. Ancora conferme? La pagina fbRoberto Cota Presidente“, ufficiale anche questa, ci propone altre immagini ambigue. Una foto di Fini in campo Pd, acronimo di Povero Demente, e il logo Udc, intestazione “Casinisti“, snocciolato “Uomini del cacchio“. E non ditemi che non funziona: a me adesso quest’uomo sta simpatico.
U’

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Il Giornale in menopausa guida la rivoluzione trasparente

2010 gennaio 24

di Ungormìte


Prendo l’ombrello e scendo in piazza.

Io non voglio sempre criticare, e dire la mia offendendo. Perché davvero penso che, per chi crede in buona fede, sentirsi parte di una rivoluzione in piena, di un’opera di ammantamento politico dal quale si crede di dar vita al bene e solo al bene, deve essere oggettivamente bello rendersi partecipi. Gratificante. Lotti e ti danni, t’affanni e insegui il dibattito pubblico, ai tuoi non fai mancare mai il sostegno. Forza Silvio. E se dovessero incriminarlo ancora, diamine, ancora una volta, il mantra della toga-oraria funziona sempre, torna come il blu elettrico. C’è chi ci crede, e lo dice a cuore aperto e fauci spalancate. E va bene, dal basso dovrebbe partire la miccia. La cattiva cattivissima magistratura sbofonchia ancora contro premier, aziende, figli e amici e l’azzurro pueblo vorrebbe scendere in piazza. Si?

E siamo tantissimi.
No. La carica la suona il Giornale. Superato lo scoglio farmacologico del fondo di Feltri (due bustine di Oki a stomaco pieno prima della lettura è il consiglio) ci si fa l’idea di una prorompente onda turchina, che starebbe per travolgere le piazze dell’intera penisola. Più di tutto recita il titolazzo: in piazza, dobbiamo rendere rispetto al voto degli italiani. Dobbiamo noi.Insomma, via Negri capopopolo. Leggi Paolo Setti (Voltaren bustine dovrebbe bastare), e scopri che ora l’urlo di battaglia viene dagli elettori. O meglio, dagli elettori via web. O meglio ancora, dagli elettori via web da facebook, che fa Consumer2Business. “Il popolo di Silvio: ora un corteo contro le toghe“. Che già ha del fuorilegge, e del ridicolo, e che contiene in sè il tono della chiamata alle armi dalla strada: i “due punti” fra i due periodi. Vox populi. Sposti lo sguardo in basso, t’accorgi che quel buontempone del cronista ha battuto la rete alla ricerca della scintillar ivendicazionista: à la place! Facebook, ForzaSilvio.it, blog e forum: tutto un fomento.

Littorio e l’isoflavone.
L’autore parla di gruppo di Berlusconi, sul social network. Ne passiamo in rassegna molti, più di venti, niente. Andiamo sulla pagina fb del governo, quella ufficiale. Niente. Forse sulla pagina di Brunetta, di Bondi, di Gasparri? No. Tutto, spesso, congelato all’aggressione di dicembre. Come dire ci siamo, in caso di morte. Ma nulla: il social blu tace. E su ForzaSilvio? Non è un forum, non si lasciano commenti. Ma aspetta: su SpazioAzurro, quello di Votaberlusconi.it, si può! Ecco, troviamo una frase riportata dall’articolo. L’unica. “Il presidente è indagato“, Robespierre muori. Stop. Cita un blog, Setti. E forse, dai!, siamo a due. Che per la media delle notizie che il Giornale recentemente sforna è già qualcosa, dato che in redazione sembrano diventati degli acchiappamosche mestruati, senz’arte nè fatti. A parte Feltri, ovvio: è in menopausa. Consigliamo isoflavoni di soia.
U

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